Brahms e Dvorak nel manto sonoro di Lorenzo Viotti, alla Scala

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daphnis
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Brahms e Dvorak nel manto sonoro di Lorenzo Viotti, alla Scala

Messaggio da daphnis » 10 gen 2021 01:30

Un inquieto, affascinante Brahms evocato nel segno d’una felicità dell’anima che vorrebbe manifestarsi e non ci riesce, e un folgorante, demoniaco Dvorak, mai ascoltato così immerso in una sorta di “zolfo boemo”! MI auguro che questo maledetto virus si levi dalla scatole al più presto, ho fretta e voglia di tornare ad ascoltare dal vivo Lorenzo Viotti, che avevo lasciato sul podio per il tripudio di colori che già era il suo Romeo e Giulietta di Gounod, di cui non mi stancavo più di andare alle repliche, e che ritrovo – sia pur solo in streaming – magnifico per cultura degli autori, che si fa flessibilità e libertà di fraseggio, e iridescente paletta di colori mai fini a se stesse ma finalizzate alla resa espressiva. Ne esce una Sinfonia in fa maggiore di Brahms che è una “nordicissima” creazione di “ambiente” musicale ed emotivo, sembra svolgersi fra i laghi di Amburgo, chi ha solcato gli Alster in barca nella strana, inquieta estate baltica ne ritrova tutte le tinte, raramente ho ascoltato Brahms letto in questa chiave (che, poi, la Terza sia nata, sì d’estate, ma un po’ più a Sud, a Wiesbaden, non altera il fascino di questa lettura, anzi!). Che Lorenzo Viotti sia già, a 30 anni, un pittore musicale per senso del suono e del colore, è un dato di fatto già noto, a Milano, per il suo Gounod, ma nulla vi è di estetizzante qui, perché del colore il Brahms di Viotti fa struttura e, muovendo sapientemente le frasi, ci parla di una libertà come trattenuta dalla forma e – sul piano espressivo – di una felicità che “si ombreggia” e trascolora in inquietudine e malinconia (esemplare la lettura non sdolcinata né languorosa del Poco Allegretto), di una musica che va a finire (il finale, le ultime note proprio, che, leggevo stasera, Ferruccio Busoni non volle comprendere, e sembra incredibile! disse che “finiva male”: voleva un accordone ad effetto? Mah) come avvolgendosi in se stessa, nell’intimo, dopo essersi espansa per tutto l’allegro conclusivo.
Di tutto questo, la Filarmonica della Scala si è fatta duttile strumento, affiatatissima con il Maestro svizzero.
Ma il meglio ancora è venuto con Dvorak, la Settima in re minore, capolavoro del romanticismo “demoniaco”, un aspetto esaltato, nuovamente, dalle tinte corrusche, luciferine, scovate dal direttore, fin dall’inizio, ma segnatamente nel famoso Scherzo (che Lorenzo Viotti illustra molto bene nell’introduzione al brano ascoltabile – fatelo, in questi giorni!!! – nell’intervallo parlato fra i due lavori, che vede anche l’intervento degli orchestrali scaligeri). Un movimento che Viotti legge come significativo dell’intera sinfonia, più che “Scherzo” un poema sinfonico compiuto anche in se stesso oltreché in rapporto al tutto, una boema pastorale demoniaca nella quale il trio fintamente pacificante torna a tingersi di zolfo ritrascolorando nel tema inziale del movimento. Il tutto in una connotazione mitteluropea perfettamente individuata dalle pennellate del “pittore di strutture” Viotti. Questa Settima è una lettura magistrale ed una esecuzione fra le migliori in assoluto, forse da sempre, dell’Orchestra scaligera in versione sinfonica: ci sono un assieme, una potenza, una voluttà di suono, e, non ultimo, volti convinti! che testimoniano di un felice rapporto instauratosi con il giovane maestro. Li si vede suonare convinti di ciò che lui gli fa fare e, per chi frequenta da una vita la Scala, si sa quanto questo sia importante per l’orchestra del teatro milanese. C’è di più e dell’altro, e lo dice molto bene Francesco De Angelis nel suo intervento durante l’intervallo (lo aveva fatto notare lo stesso Chailly, in occasione dell’ultimo Sant’Ambrogio scaligero). Anche solo dal nostro ascolto in streaming (e vieppiù, ovviamente, da parte degli orchestrali in sala), paradossalmente l’emergenza della nuova collocazione dell’orchestra rispetto a quella consueta, e l’uso della platea consente una “centratura” ed una espansione più sicura del suono, che i normali “velluti” (le poltrone) e la normale logistica del teatro tendono ad offuscare. Risulta quasi eliminata quella connotazione acustica come “dentro una scatola o un cassettone” che tende ad impastare il suono orchestrale nella normale logistica di orchestra e sala. Non è proprio il,caso di benedire per questo lo stramaledetto virus ma, probabilmente, è il caso di fare qualche riflessione in tal senso, in vista dell’attività futura. Da necessità – chissà mai – può nascere virtù. L’andazzo infame della pandemia purtroppo sembra suggerire altra pazienza, ma questo spettacolare concerto scaligero ci ha dato buonissime notizie. Sull’arte e sul valore di un direttore in chiara “espansione” – un nome, ci sembra Lorenzo Viotti, dal quale la Scala non potrà prescindere nel tempo a venire. E l’ottima risposta dell’orchestra a lui e a tutto un periodo, che difficile è dir poco! Dall’orchestra della Scala con Lorenzo Viotti ci è venuta una nuova carica di fiducia. Concerto da tenere fra le “cose care”.

marco vizzardelli



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