L'ultima sera di mezza estate di Chiarot, a Firenze

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marcob35
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L'ultima sera di mezza estate di Chiarot, a Firenze

Messaggio da marcob35 » 27 lug 2019 18:17

[tempo di lettura: 5 minuti]

La giornata era stata calda ancora, quel sabato 27 luglio, a Firenze.
Cristiano camminava solo e lentamente, in maniche di camicia lungo l'Arno, presso le Cascine, accanto a quello che era stato sino a quel momento il suo teatro.
La sera prima, il venerdì, l'ultima "Traviata" della stagione e anche l'ultima recita in assoluto del programma.
Per Cristiano pure la conclusiva, del suo intenso, quanto effimero lavoro rivolto al Maggio Musicale.

Mentre la notte calava e la temperatura pure essa scendeva, preavvisando un cambiamento meteo atteso, Cristiano andò con la mente serena ai tanti momenti di quei propri ottocentoventinove giorni nella bella Firenze nella quale, lui veneziano della Giudecca, aveva riposto a suo tempo non poche speranze di buona attività. Ed in effetti così era stato!
Già dalle prime conferenze stampa programmatiche e di indirizzo, aveva fatto intravedere i suoi intenti risanatori, in una situazione che dire difficile era poco.
Più avanti-in corso d'opera-lo avrebbe anche ripetuto in Consiglio Comunale,  allorché il consenso generale degli amministratori, dei politici e del pubblico, si stava diffondendo.

Percorreva lungo il fiume tenendo le spalle volte al teatro dove puntualmente-quasi ogni sera-si mostrava nel foyer o in platea, che fosse una prima o una replica, col suo abito azzurro, in compagnia dei collaboratori o di ospiti, di amici del Maggio o persone diverse. Anche quando scivolando si era fratturato una gamba in teatro e in teatro si ripresentò con il gesso negli intervalli.

Sedeva nei posti della prima fila del secondo settore della platea, al centro, riservati alla dirigenza, accanto al direttore artistico più frequentemente e parlava nelle pause con le persone dell'esito dello spettacolo.
Aveva fatto la sua comparsa sul palcoscenico-Cristiano-molto anticipatamente, volle onorare Zubin Mehta, manifestando il suo affetto e per lui tramite, quello del pubblico indigeno, al maestro indiano designato direttore onorario a vita dell'Opera fiorentina.

Con lui Sovrintendente capitava-parlando privatamente con responsabili del Maggio-sentirsi dire, dopo pochi mesi, come tutti fossero davvero contenti e si sentissero rivitalizzati nell'agire.
Così più volte manifestarono pure i sindacati e parti disparate degli organi di gestione e collaterali.
Il pubblico prese a frequentare maggiormente il teatro, certo non senza un lavoro di discesa in campo e rimboccarsi le maniche del Sovrintendente medesimo, che iniziò a girare per la provincia ed oltre i confini della città per stimolare un contatto migliore con il potenziale pubblico del bacino.

Mentre proseguiva la sua passeggiata solitaria, Cristiano, andò con la mente a quando si era messo a vendere i biglietti nelle edicole fiorentine, oppure era andato a Palazzo Vecchio, durante i matrimoni, a complimentarsi con gli sposi ed offrire gadget del MMF.
Per la "Trilogia verdiana" avevan furoreggiato le spille tricolori e Cristiano poi sorrise pensando alla bizzarrìa della "Carmen" anti-femminicidio che aveva voluto ed architettato, togliendo il finale consueto e procedendo alla pistolettata di Carmen a Don José contro copione.
Poi-all'ultimo-nottetempo-la sera avanti la prima, era salito nella stanza che custodiva gli attrezzi di scena, ed aveva tolto con le sue mani, lo sparo che avrebbe dovuto risuonare il giorno dopo, di modo che alla revolverata non avvenisse semplicemente nulla: "click-click" fece infatti l'arma. Un colpo di scena in un colpo di scena. Una genialata, come si dice in Toscana.

Ora l'oscurità era arrivata e Cristiano scorse sulla riva del fiume una gondola (non lugubre) in attesa del suo arrivo. Nel bel mezzo dell'estate fiorentina, un colpo (un altro), sembrava fosse stato fatto risuonare nella città del Giglio e un pasticciaccio (non milanese, un po' romano forse) accaduto.
Un gran casino per dirla esplicitamente. Ed il sogno si era infranto.

Il gondoliere sull'imbarcazione lo accolse con rispetto: "Siòr Cristiano, ah... La vègna comodo, che andèmo subito, ciò...". Cristiano si sedette dopo aver dato un ultimo sguardo a quel teatro che mai troppo (di fuori, architettonicamente) gli era davvero piaciuto.
La destinazione era la foce e da lì, sempre in gondola, con la circumnavigazione d'obbligo, la definitiva sarebbe stata la sua Venezia, dove sarebbe ritornato proprio come in una commedia goldoniana.
Di bacioni non ne mandò a Firenze, ma chiuse gli occhi assopendosi, mentre le note della "Biondina in gondoleta" cominciarono ad echeggiare nelle sue orecchie.


Non leggo mai le critiche degli altri. (Paolo Isotta)

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