Cronache del Brattello

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Tosca
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Re: Cronache del Brattello

Messaggio da Tosca » 13 set 2018 11:29

Quando a teatro piango vuol dire che butta bene. Quando, invece, sento la seduta scomoda e mi si gonfiano i piedi, vuol dire che butta male.
Daniel Johannsen mi ha fatto piangere. Non che la musica di Schubert non sia commovente già per conto suo, ma è stato proprio questo giovane tenore dal bellissimo colore e dalla potente espressività, a portarmi piano piano alla commozione e le lacrime son tracimate su
"Gute Nacht, gute Nacht! Bis alles wacht
Schlaf aus deine Freude, schlaf aus dein Leid!
Der Vollmond steigt, der Nebel weicht,
Und der Himmel da oben, wie ist er so weit!"
tanto Johannsen le aveva riempite di trattenuta disperazione...

Da un rapido resconto mentale di ciò a cui abbiamo assistito alla Styriarte, La bella mugnaia esce vincitrice a pari merito nella mia pagella personale, con lo splendido concerto di Jordi Savall assieme a La Capella Reial de Catalunya e Le Concert des Nations. Anche qui su
"Hor ch'el ciel e la terra e'l vento tace
E le fere e gli augelli il sonno affrena,
Notte il carro stellato in giro mena,
E nel suo letto il mar senz'onda giace"
era scattata la lacrima: è raro ascoltare "fusi assieme" parole e musiche così belli!

Distaccato, ma di poco, si piazza Wien 1683 (Armonico tributo e Saraband) con Rebal Alkhodar, fantastico "cantore".
Poi c'è stato Pietro Lorenzo Aimard, bravo ma non esaltante, e il Fidelio, che mi ha lasciato con la sensazione di avere assistito a una "selezione di brani dal Fidelio" e non all'opera vera a propria.
Il resto è stato variamente bello, piacevole, gradevole, ma non indimenticabile.


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Mala tempora currunt sed peiora parantur

Marilisa Marilì Lazzari

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mascherpa
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Re: Cronache del Brattello

Messaggio da mascherpa » 17 set 2018 11:23

Dalla styriarte 2018 - VIII e ultimo

E «variamente bello, piacevole, gradevole, ma non indimenticabile» (se non per un particolare melodico) è stato anche l'ultimo gruppo di concerti a cui abbiamo assistito nell'accogliente e comoda, ma un po' periferica Helmut-List-Halle dal 18 al 20 luglio.

Il titolo «Haydn Imperial» adornava un'altra serata del Concentus Musicus Wien, ancora diretto da Stefan Gottfried, sebbene solo l'ultimo pezzo dei tre in programma potesse vantare una relazione diretta e indiscussa con un sovrano di tale titolo, nella fattispecie Maria Teresa (o, se piú piace, Theresia).
La serata di mercoledí 18 è stata infatti aperta dalla Sinfonia n. 53 in re maggiore, ovviamente di Haydn, a cui il sottotitolo Impériale, documentato per la prima volta nel 1840, fu forse attribuito per la coincidenza della sua revisione (o meglio: riscrittura) con la repentina scomparsa dell'ultima degli Asburgo propriamente detti: d'un collegamento originario non sembra infatti il caso di parlare, poiché la data della prima versione (andata distrutta nell'incendio del teatro di Eszterháza nel novembre 1779) è comunque posteriore all'ultima visita della sovrana nel luogo dove (sue parole) si doveva recare "se voleva assistere a un'opera"... Accanto a una qualità di suono a mio gusto estremamente gradevole, propria del Concentus Musicus Wien, il lavoro, d'una sintetica pomposità, ha purtroppo messo ancora di nuovo in luce lo stato di salute non ottimale dei corni di questo (anche se uno solo dei due era già presente tra i quattro che la settimana precedente avevano sonato nella cosiddetta "Incompiuta"). Curioso sentire subito dopo l'inizio, come frase di risposta nella breve introduzione lenta al primo movimento, la sequenza di quattro note (con attacco ovviamente diverso) che ascende d'un tono, poi d'un altro tono e mezzo e si ripiega infine d'un semitono, su cui Mozart scriverà l'immortale fuga della Jupiter: caso tipico d'un'idea presentata solo come breve inciso, ma in séguito sfruttata a fondo da un altro compositore, come sarà quello ormai celebre del motivo, "buttato lí" questa da Mozart (Offertorio KV 222 «Misericoridas domini», del 1775, inviato "per conocenza" a Padre Martini), che nelle mani di Beethoven, consapevole o no, diverrà universalmente noto come "tema della gioia".
È poi stata la volta della celebre Sinfonia concertante in Si bemolle maggiore, a cui il catalogo Hoboken mantiene il tradizionale numero 105: composta per Londra, i suoi caratteri "imperiali" sono del tutto evanescenti e si riducono di fatto alla coincidenza con il nome della comune nonna Maria Theresia, defunta tre lustri avanti, di quello che ebbe la moglie e cugina addirittura bilaterale (al primo figlio ed erede come imperatore d'Austria, l'agiografia attribuí in séguito il nomignolo "il Buono" per abbellirne le caratteristiche di notorio e irrimediabile deficiente...), che ebbe la moglie-bicugína, dicevo, dell'ultimo imperatore "sacro romano" Francesco II, regnante nell'anno della composizione. Secondo una prassi non insolita, ai leggii di solista (violino, cello, oboe e fagotto) sono passati strumentisti dello stesso Concentus Musicus impegnati nella serata: molto corretti, anche se di vera brillantezza parlerei solo per Eric Höbarth, cosicché l'opera ha finito per apparirmi un concerto per violino e orchestra con alcuni strumenti "obbligati" ben piú che una "concertante" propriamente detta (come veramente tale la ricordavo da una nota esecuzione bolzanina di grosso modo dieci anni fa, anche se non dubito che il suono in sé stato molto meno "filologico").
Infine, la sera 18 luglio, il solo pezzo autenticamente «Imperial»: la Sinfonia n. 48 in do maggiore, piuttosto ampia (oltre mezz'ora) e il cui sottotitolo «Maria Theresia», sebbene documentato solo a partire dal 1812, pare possa riferirsi effettivamente a una visita della sovrana a Eszterháza nel 1770. Coronamento indubbio del concerto anche dal punto di vista della qualità esecutiva, nonostante nuovi problemini dei corni, gli ha fatto seguito come congedo la ripetizione del maestoso Menuett della n. 53.

La sera seguente, altro concerto integralmente haydniano, con i tre primi numeri dell'Opus 76, tra i quali i notissimi Quintenquartett (il n. 2, in sol minore) e Kaiserquartett (il n. 3, in do maggiore), detto cosí per la presenza come tema variato del secondo movimento dell'aria che, dopo varie vicende, è oggi l'inno nazionale della Germania (fatto considerato una vera appropriazione indebita dagli Austriaci...). Ne è stato interprete il Quatuor Mosaïques, tutto costituito da membri piú o meno fissi del Concentus Musicus Wien sotto la guida del primarius Eric Höbarth. Secondo nientemeno che Sir András Schiff, questo gruppo da camera è uno dei pochi che mantengono oggi la tradizione dell'eccellenza strumentale del primo violino (ovvio il suo riferimento alle caratteristiche dello storico Quartetto Végh). Non è possibile dubitarne, come non sarebbe possibile attribuire ai quattro strumentisti mende di sorta, ma la tensione esecutiva non ha retto, secondo noi, il confronto con le esecuzioni che avevamo recentemente ascoltato delle "Quinte" e del "Kaiser": questo ci ha fatto rapidamente perdere interesse dopo il primo quartetto, quello meno famoso ma non meno bello in sol maggiore. Come bis un minuetto hadnyano la cui appartenenza non ho saputo individuare.

Un'altra serata cameristica per archi ha concluso venerdí 20 luglio i nostri tre soggiorni a Graz: il Pacific Quartet Wien ci porta negli «Schönre Welten» ("mondi piú belli", o, verdianamente, "migliori") dischiusi dal mozartiano Dissonanzen, l'ultimo dei sei quartetti dedicati a Haydn, e dai Fünf Stücke di Anton von Webern. A essi, con l'aggiunta del violoncellista Rudolf Leopold, segue il favoloso Quintetto in do maggiore D 956 di Schubert. Che dire: tutto perfetto, ma un vera emozione l'ho sentita solo in Webern. Nelle altre due composizioni non ci si può accontentare del nitore strumentale. Rovescerò il discorso che spesso faccio per l'opera italiana: non è raro che sia piú interessante ascoltare queste grandi composizioni strumentali transalpine eseguite da complessi italiani. Ci si può infatti perdere qualcosina in precisione, ma ci si può guadagnare molto in musicalità e calore di suono...
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(F. Grillparzer, aprile 1849)

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Re: Cronache del Brattello

Messaggio da mascherpa » 17 set 2018 13:26

Un giorno alla Schubertiade

Concludo questa carrellata sui nostri ascolti dell'ultima estate (a parte quelli oggetto di recensioni e quelli a Salisburgo, destinatari d'un thread specifico) ricordando due concerti ascoltati il 30 agosto nell'invidiabile (per acustica e Gemütlichkeit) Angelika-Kaufmann-Saal di Schwarzenberg, nel Vorarlberg.

Mancavo dal giugno 2012 a questo festival, il piú interessante che io conosca per la musica da camera, non solo quella di Schubert. L'occasione d'un breve ritorno è stata offerta dal trasferimento da Salisburgo, dove il 28 avevamo assistito all'ultima replica della Poppea, a Kassel, per il Vorabend del nuovo Ring (1° settembre). Con un tempo ormai decisamente autunnale, reso piú fresco dalla quota di circa 700 msm a cui si trova l'auditorium, abbiamo ascoltato nel pomeriggio il primo concerto d'una serie di sei che il trentacinquenne pianista ticinese Francesco Piemonesi darà alla Schuberiade entro i prossimi anni.

Non lo conoscevo, e il suo modo di sonare Schubert m'è piaciuto sin dall'inizio moltissimo. Súbito in medias res con la Sonata in la minore D 845; dopo l'intervallo e la breve distensione offerta dalle undici fulmínee Ecossaises D 781, la seconda serie (D 935) degl'Impromptus, che Schumann considerò una vera e propria sonata. L'esecuzione ha avuto luogo sur un pianoforte Steinway, da cui Piemontesi ha saputo trarre suoni spesso d'insolita morbidezza, dimostrandosi in possesso d'una palette timbrica molto variegata e anche d'una visione d'insieme dei pezzi che gli consente di tenere sempre avvinto l'ascoltatore. Nulla appare frammentario nelle sue esecuzioni: durante i tentacinque minuti abbondanti di D 845 e poi nella buona mezz'ora dei ("di", se si vuole dare retta a Schumann) D 935, l'attenzione non si smarrisce mai. Impeccabile la precisione strumentale, sempre calibratissima l'intensità delle note degli accordi, staordinarie la qualità del legato e la cantabilità.
Piemontesi, che da qualche tempo risiede a Berlino ed è direttore artistico delle settimane musicali di Ascona, vicino alla sua natía Locarno, è anche impegnato, in questi anni, nell'esecuzione integrale delle Sonate di Mozart alla Wigmore Hall di Londra: beati coloro che lo possono ascoltare in quella mitica sala, a giudicare dal bis con il quale s'è congedato (l'Adagio della Sonata KV 332)!

Un paio d'ore dopo la fine di questo concerto, eccoci di nuovo nel Angelika-Kaufmann-Saal per un altro appuntamento schubertiano, questa volta liederistico, con Elisabeth Kulmann (l'indimenticabile Gora della Medea di Reimann a Vienna nel 2010), il ben piú che emergente tenore Daniel Behle e la Camerata Musica Limburg, un favoloso gruppo corale, qui in formazione maschile, diretto da Jan Schumacher e nelle cui fila entra, ove non sia richiesta la sua opera strumentale, anche il pianista Andreas Frese. Il programma molto vario alterna pezzi per le due voci soliste o in duetto, con altri in cui un solista si staglia sul coro, con altri ancora per coro a cappellao accompagnato dal pianoforte e persino uno (Nachtgesang im Walde, D 913) con accompagnamento di quattro corni (che se la sono cavata, se non alla perfezoine, di certo piú che bene): un totale di ventisette pezzi, non pochi dei quali differenti musicazioni d'uno stesso testo poetico: due Sehnsucht (D 359 e D 656); due Erinnerungen (D 98 e D 424); due Andenken (D 423 e D 99); due Frühlingslied (D 919 e D 914); due Gondelfahrer (D 809 e D 808), sempre eseguiti con voci od organici diversi.
Alla fine, due bis popolareschi, di sicuro impatto, concludono un concerto non meno extraterrestre di quello del pomeriggio, durato ben oltre due ore di musica.

Se m'è permesso esprimere una preferenza e un augurio, spero che Elisabeth Kulman, che da qualche anno non canta piú in teatro, vi riporti presto l'insolta bellezza della sua voce e la sua straordinaria personalità d'interprete.
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(F. Grillparzer, aprile 1849)

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